OLTRE AL VUOTO NORMATIVO: SENTIRSI FAMIGLIA – dell’Avvocato Annalisa Foti

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Cosa significa famiglia? Sembrerebbe la domanda più semplice del mondo, ma se provassimo a rivolgerla a noi stessi quale risposta daremmo? La più impulsiva, la più ragionata, la più tradizionale o ancora, la più allargata.

Provengo da quella che potremmo definire “famiglia tradizionale”: un padre, una madre, dei fratelli, uniti dal medesimo sangue.

Gli anni mi hanno insegnato che famiglia è apertura all’altro, quell’altro che incrocia il nostro cammino e ne diventa parte integrante.

Essere famiglia è un concetto diverso dal sentirsi famiglia, solo in quest’ultima accezione è possibile riscoprirne il senso più vero e profondo, il più sconfinato.

Ho conosciuto uomini e donne sposati, conviventi, senza figli per scelta o per “destino”, uomini e donne con figli adottati, uomini e donne con figli disabili, malati rari… e sentirne parlare con equivale ad avere la fortuna di incontrarli, sì la fortuna, poiché solo così ci si può rendere conto di quanto ristretto sia stato il nostro sguardo.

Tempo fa si sono rivolte a me due donne, si amano, desideravano un figlio e così si sono recate in Spagna per la pratica della fecondazione in vitro reciproca.

Rientrate in Italia e, benchè accolte con gioia dalle rispettive famiglie di origine e dagli amici, si sono dovute scontrare con un enorme vuoto normativo.

I mesi trascorrono con la gravidanza della madre biologica che finalmente dà alla luce la piccola C., l’altra madre, che tale si sente nella carne e nello spirito, non viene tuttavia riconosciuta dal nostro ordinamento.

Non può neppure definirsi “madre intenzionale” poiché ha donato l’ovulo che è stato impiantato nell’utero di colei che ha portato in grembo la creatura, sino a darla alla luce.

A nulla è valso il ricorso al Tribunale Ordinario, né la richiesta di attribuzione del cognome della “seconda” madre, rivolta agli organi amministrativi.

Così, non resta che presentare istanza al Tribunale per i Minorenni, per l’adozione in casi particolari di cui all’art. 44 l. b, L. 184/1983, quand’anche adozione non è, posto che entrambe sono madri della stessa figlia.

Ecco che allora vorrei ritornare alla domanda con cui ho iniziato questo articolo.

Il vuoto legislativo non è forse un nostro vuoto, non è forse l’assenza di accettazione di una realtà sempre più viva e frequente, non è forse chiudere gli occhi e non consentire così al figlio di poter essere riconosciuto da chi gli ha donato la vita e lo ama?

Vi confesso che anni fa, stupidamente, pensavo che l’omosessualità fosse una disfunzione dell’organismo; non provare desiderio per l’altro, ma per il tuo stesso sesso mi appariva contro natura.

Ma non è una questione di natura ed io non sono nessuno per poter giudicare ed impedire che una coppia di donne che si ama, al pari di un uomo e una donna, e che sceglie di avere un figlio per cornare un progetto di vita insieme, non possa dare al figlio stesso il riconoscimento che merita, al pari degli altri.

Non spetta a me, a noi, interrogarci sulla bontà della pratica all’estero, sul divieto della medesima in Italia. Il problema è un altro: allorquando una coppia omosessuale ha un figlio, cosa tolgo a quella creatura tutte le volte che consento al mio pregiudizio di prevalere sul diritto stesso di quel minore di essere riconosciuto e tutelato?

Forse si potrà giungere a colmare quel vuoto normativo, solo quando avremo riempito del significato più bello e più ampio la parola “Famiglia”.

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