LA DIPENDENZA AFFETTIVA – dell’Avv. Chiara Bevilacqua

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Come ci si scopre dipendenti affettivi? Per quel che mi riguarda ho sempre saputo di avere un nodo affettivo contorto. Ho iniziato a studiare, leggere, ascoltare la letteratura scientifica e queste sono alcune considerazioni che mi sento di fare su un argomento che in diversi modi riguarda molti di noi. Ovviamente non sono una professionista del settore, parlo come donna, madre e avvocato, ma soprattutto come una persona che vive pienamente le emozioni della vita.

 

Spesso si trovano nelle riviste e nel web definizioni semplificate, spiegazioni sommarie o improvvisate, secondo le quali la dipendenza affettiva è causata prima, e alimentata poi, da un altro, percepito come cattivo e manipolatore. Sebbene esistano personalità estremamente malvagie e contorte, ritengo che nessuno possa farci sentire in un certo modo se non ci sentiamo già così. Abbiamo il germe dell’insicurezza annidato dentro, che può restare latente per anni senza manifestarsi, per poi evidenziarsi con prepotenza di fronte a una precisa dinamica.

Tra coloro che ne soffrono, sono in molti a non sapere dare un nome a quel malessere occulto e pervasivo che avvelena le nostre relazioni.

Occorre tener presente che ogni eccesso nasconde una carenza, e il troppo di qualcosa copre spesso una fragilità, se ci pensiamo bene. Chi è solido, radicato e realizzato non sente il bisogno di aggrapparsi a persone, sostanze, comportamenti disfunzionali.

Ogni epoca storica ha le proprie dipendenze d’elezione, date da un dolore la cui manifestazione sembra mutare con il tempo. Per esempio, in Occidente a fine Ottocento troviamo un’immagine stereotipata della donna che soffriva, rappresentata come fragile e malinconica, moribonda per pene d’amore sospirato  e perduto, mentre il corrispettivo femminile di chi soffre oggi è forse quello della donna forzatamente efficiente e in forma, più realizzata sebbene tormentata da una tristezza mista a rabbia e impotenza.

Per quanto riguarda la rappresentazione dell’uomo dannato, nell’Ottocento c’era il poeta bohémien perso nelle fumerie d’oppio. Negli anni Settanta del secolo scorso il ritratto tipico era il giovane tossicomane, figlio della cultura hippie, denutrito, sporco, capellone, scassinatore di automobili per pagarsi la dose, trasformatosi poi nel più elegante ed efficiente consumatore assiduo di cocaina. Vale a dire lo yiuppie, che per rimanere sulla cresta dell’onda nasconde le proprie fragilità e arriva a fare uso di sostanze chimiche eccitanti, le smart drugs, per mantenere le alte performance, con possibili conseguenti complicazioni cardiache dettate da uno stile di vita ad alto stress. Arrivando ai giorni nostri, la figura che più spesso causa problemi nelle relazioni con il mondo femminile è quella del Narciso.

Se le malattie sono specchio del tempo in cui viviamo, allora è utile tenere presente, oltre le caratteristiche specifiche dell’individuo e la sua personale visione del mondo, anche l’ambiente geografico e climatico nel quel è cresciuto, nonché la mentalità e il modo di vivere della comunità in cui l’individuo è inserito.

Dopo aver ascoltato, analizzato e letto di tante storie dannate, posso concludere che ogni squilibrio relazionale sembra nascere nel cuore della famiglia di origine, nel legame di attaccamento, che poi va a incistarsi in un tessuto sociale e culturale. Chi vive o ha vissuto in contesti familiari, socioambientali, o biopsicologici che non hanno permesso di fare l’esperienza di relazioni sicure e contenenti, con molta probabilità chiederà al partner una compensazione a questa mancanza. O, per paradosso, finirà con il negare il proprio bisogno di amore, assumendo uno stile affettivo evitante.

Secondo quanto ho potuto comprendere finora, chi non ha compiuto del tutto la sua traiettoria di sviluppo affettivo può restare impigliato nella nostalgia di quella fusionalità con i genitori che caratterizza i primi anni di vita. In seguito, è probabile che vada così a ricercare la stessa sensazione di appagamento in un’altra persona, o in una sostanza, o in un comportamento.

In una relazione si è in due ma è prima di tutto con noi stessi che siamo chiamati a fare i conti, con le nostre risorse e i nostri fantasmi. Il bisogno dell’altro è primario e appartiene all’essere umano. Come coniugare presenza e assenza rimane uno dei compiti di sviluppo più importanti del percorso di ciascun individuo.

Se tu, cara lettrice e caro lettore, mi accompagnerai in questo viaggio, mi piacerebbe sapere cosa ne pensi, condividere insieme emozioni, provare a esplorare il fiume oscuro di sensazioni che scorre nascosto in chi vive imprigionato in una storia di dipendenza, per comprenderlo e non lasciarsi travolgere.

 

Avvocato Chiara Bevilacqua

www.avvocatochiarabevilacqua.it

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