Siamo esseri umani: le aspettative, come i sogni, fanno parte di noi.
Mettiamo filtri alla realtà, la edulcoriamo o la svuotiamo di significato. L’aspettativa, che sia essa
rivolta verso un’esperienza positiva o indirizzata, con timore, verso un possibile momento
spiacevole, sembra permeare l’intera nostra esistenza, dagli aspetti più semplici del quotidiano a
quelli più complessi e delicati. L’aspettativa è presente quando andiamo al ristorante e ordiniamo
un determinato piatto, ad esempio, ma anche quando iniziamo un nuovo lavoro o ci innamoriamo e
ci impegniamo in una nuova relazione.
In mediazione, quanto pesa l’aspettativa? A volte veramente tanto. Quasi sempre in mediazione, pur
con tutte le spiegazioni del caso e con gli accorgimenti degli avvocati, succede che le parti portino
con sé un carico considerevole di attese.
Si aspettano che i mediatori li ascoltino, ovviamente, ma anche che diano ragione proprio a loro,
che la questione si risolva velocemente oppure che si chiuda rapidamente perché, dal loro punto di
vista, non ha proprio senso tentare di dialogare.
Una parte può aggrapparsi e sperare di risolvere, con qualche incontro di mediazione, una questione
complicata che ha tentato invano di superare con le proprie forze. A volte, l’aspettativa “negativa” –
quella cioè di chi non si attende nulla di piacevole, non si fida, non si affida, vuole solo uscire dalla
stanza prima ancora di esservi davvero entrato – è quella che porta alla repentina chiusura del
procedimento. Virtualmente, prima ancora che il collegamento online o la porta della stanza
vengano aperti.
Mi sono resa conto del peso delle aspettative quando ho presentato per la prima volta un’istanza di
mediazione come avvocato. Vedevo con gli occhi della mia cliente, e ho capito quanta tensione e
quanta attesa portasse dentro di sé, nonostante le mie spiegazioni fossero tese a rassicurarla.
Mi sono rivista, da mediatrice, nella commozione di una parte, quando le abbiamo comunicato, al
termine del primo ed unico incontro, che ci dispiaceva che non avesse avuto come esito il dialogo
che lei sperava di instaurare. Lei, una signora molto composta, ha solo ringraziato, tra le lacrime.
Non possiamo farci carico delle aspettative altrui: uno slogan che nei tempi moderni risuona in
diversi contesti.
È vero. Tuttavia penso che sia importante tenerne conto. Non possiamo soddisfarle, ma possiamo
vederle, sentirle, toccarle. È possibile indagarle, esplorarle.
Più siamo consapevoli di ciò che inevitabilmente ognuno porta con sé, più possiamo capire e
comprendere. Così lo spazio della mediazione può essere un ascolto nel silenzio, può essere
accoglienza, può diventare l’occasione per fare incontrare davvero le parti.
Perché se ci arrendiamo subito, davanti alla chiusura di qualcuno, non riusciremo a fargli sentire
che la porta è aperta anche per lui.
A volte anche solo dargli un tempo e uno spazio, per esprimersi e per vivere la delusione o la
realizzazione di una determinata aspettativa, può comunque fare la differenza.