Sono avvocato e mediatore (in ordine cronologico). Ogni giorno aiuto le persone ad ascoltarsi, a trovare uno spazio tra asseriti torti e ragioni, a cercare di costruire ponti dove prima c’erano muri. Eppure, per troppo tempo, non sono stata capace di fare lo stesso con me stessa.
Luglio è il mese più spietato per chi come me si occupa di contenzioso e mediazione. Le incombenze si accalcano prima della pausa estiva, i clienti vogliono risposte prima di partire, le scadenze si addensano come le nuvole di un temporale che non scoppia mai. La città suda, le notti trascorrono a volte insonni e l’idea di fermarsi sembra un lusso che non ci si può permettere.
Alcuni mesi fa, ho preso una decisione che ho mantenuto.
A marzo ho aperto il calendario e dopo aver organizzato l’agenda familiare e professionale, ho bloccato due settimane di luglio. Non “da valutare”, non “forse”, non “vediamo come va”… Bloccate, come si fa con un’udienza o con una sessione di mediazione. Perché il tempo per sé merita la stessa dignità del tempo per gli altri. Anzi, di più: senza il primo, il secondo diventa vuoto, meccanico, sterile.
È stata una negoziazione, in senso tecnico. Con lo studio, con i clienti, con le scadenze. Ma anche con la parte di me che sussurrava: sei sicura? Ci sarà tempo dopo, adesso devi produrre... E se mentre sei via succede qualcosa? Quella voce l’ho ascoltata, le ho dato spazio… e poi le ho detto “no”. Con gentilezza, ma con fermezza. Ho praticato la mediazione con me stessa.
Siamo partiti; una località di mare, un appartamento condiviso con un’altra mamma e il suo bambino. Niente alberghi, niente ristoranti stellati, niente serate e nessuna pretesa. Solo il necessario: costume, crema solare, qualche gioco e mio figlio che dal finestrino del treno scrutava il mondo entusiasta.
Arrivare è stato come appoggiare uno zaino eccessivamente carico, dopo averlo tenuto in spalla con fatica per troppo tempo. La prima notte ho dormito di sasso. La seconda anche. La terza mi sono svegliata alle sei e venti senza sveglia, e ho capito che qualcosa stava già cambiando.
III. L’acqua
Il momento che mi porto a casa, quello che so già mi resterà nei mesi a venire, è successo il terzo giorno. Mare piatto, sole alto ma non ancora aggressivo. Mio figlio mi ha preso per mano e mi ha detto: «Mamma, vieni a vedere come vado sott’acqua».
Cellulare sulla spiaggia, ma rigorosamente chiuso in una borsa ben riposta sotto l’ombrellone; niente mail da controllare in presenza dei bambini e disinteresse totale per le notifiche. Solo acqua, giochi e dei bambini che ridono (e litigano, come fanno gli amici veri).
Ho nuotato con mio figlio per quella che mi è sembrata un’ora, ma potrebbe essere stata mezza giornata: in acqua il tempo si dilata, perde i confini, smette di essere scandito da impegni e diventa solo ritmo. Bracciata, respiro, bracciata, respiro. Il corpo si ricorda prima della mente come si fa. E la mente, dopo un po’, smette di rincorrere pensieri e si accoda… come acqua nell’acqua.
C’è una forma di ascolto che passa attraverso il corpo. Noi mediatori lo sappiamo: la postura, il respiro, il tono della voce raccontano più delle parole. Ma quante volte richiamiamo questa consapevolezza su noi stessi? Quante volte ascoltiamo le spalle che si irrigidiscono, il respiro che si accorcia, lo stomaco che si chiude?
In acqua tutto questo si scioglie. Il corpo galleggia e la mente si placa… Almeno a me succede così.
Quasi subito è successa una cosa ancora più preziosa: ho smesso di essere l’avvocato, la mediatrice, la professionista che organizza, prevede, pianifica, ipotizza, valuta, pondera e giudica. Sono diventata semplicemente la mamma che prepara pranzi e merende, si tuffa, cerca conchiglie; quella che non guarda l’orologio e che compra (e mangia) gelati.
Mio figlio mi ha ricordato che è bello giocare. Io che passo la vita a pensare di poter insegnare agli adulti a parlarsi, a guardarsi, a riconoscere i bisogni propri e altrui – ho imparato da un bambino di pochi anni che il bisogno più elementare è la leggerezza.
Non c’è niente di più serio del gioco, quando il gioco è presenza pura. Non c’è multitasking, non c’è “un attimo che rispondo”, non c’è niente tranne la sabbia, l’acqua, le risate, le urla dei giochi. Quanto tempo avevo perso dimenticandomene e privandomi dell’opportunità di vivere così?
Due mamme, con due bambini. Ognuna con la sua storia, la sua fatica, il suo lavoro. La sera, dopo che i bambini finalmente crollavano, restavamo nel silenzio rispettoso di stralci di caos calmo. Via i sensi di colpa, le rinunce, le scelte lavorative, la fatica di esserci sempre e la paura di non esserci mai abbastanza.
Erano sessioni di mediazione senza saperlo. Ognuna portava il suo conflitto interiore, ci si ascoltava e ci si accoglieva. Nessuna ha dato soluzioni; è bastava esserci, condividere, riconoscersi attraverso quel minimo comune denominatore di essere mamme innamorate dei propri figli e determinate nel rendere il loro presente qualcosa di bello e prezioso da ricordare.
La mediazione familiare mi ha insegnato che la cosa più potente che si può offrire a qualcuno non è un consiglio, ma uno spazio in cui una persona possa ascoltarsi davvero: nel nostro caso, uno spazio di ascolto reciproco, senza giudizio, senza fretta.
Abbiamo sentito la parola “mamma” non meno di quattrocento volte al giorno, e forse è bene così!
C’è un’altra forma di ascolto che ho riscoperto in queste due settimane, ed è forse la più inaspettata.
Il nostro ombrellone era accanto a quello del signor Ugo, un signore dal fisico atletico che potrà aver avuto un’ottantina d’anni, pur mostrandone decisamente meno; un signore dal garbo d’altri tempi, che frequenta
la spiaggia ogni mattina di buon’ora. Un giorno mi ha mostrato una fotografia scattata mentre io, quella mattina, stavo dormendo come (quasi) solo i bambini riescono a fare: un’alba sul mare, scattata dalla terrazza della sua abitazione. L’ha definita “trionfale”. Mi ha detto: “guardi, questo è un dono. Ogni luglio il sole regala albe così, ma quasi nessuno si alza a guardarle” Voleva condividere quella fotografia con me; un gesto semplice eppure carico di significato, come solo le persone che hanno vissuto sanno fare.
E io l’ho ascoltato. Non per dovere, non per cortesia, non per riempire un silenzio. L’ho ascoltato perché in quei giorni avevo tempo. Tempo vero, tempo vuoto, tempo disponibile. La mente non era altrove, non stavo già formulando la risposta mentre lui parlava, non stavo controllando l’orologio – che peraltro non indosso più da molti anni.
Quante volte, nella vita professionale di tutti i giorni, ascoltiamo senza davvero ascoltare? Quante volte il qualcuno parla e noi pensiamo alla strategia, all’articolo da citare, alla scadenza del deposito, alla soluzione possibile, al parere? L’ascolto autentico richiede una condizione quasi rivoluzionaria: la disponibilità interiore. E la disponibilità interiore richiede spazio. Lo stesso spazio che in città, a luglio, sembra impossibile da trovare.
Sotto l’ombrellone, con i piedi nella sabbia e lo sguardo all’orizzonte, quello spazio c’era. Ed era uno spazio sacro. Dentro quello spazio, il signor Ugo poteva raccontarsi. Non cercava soluzioni — non avevo nulla da offrirgli se non ascolto e sincera curiosità rispetto ai suoi narrati. L’attenzione, quando è pura, è già tutto. Lo so non solo perché sono un mediatore, ma perché l’ho sperimentato su me stessa: la parte più importante del mio non è trovare accordi, è creare le condizioni perché le persone possano dirsi ciò che hanno taciuto. E questo vale in una stanza di mediazione come sotto un ombrellone.
“Grazie per avermi ascoltata, signor Ugo; oggi nessuno ha più tempo per ascoltare”. Il mio è autentico senso di gratitudine; ogni volta che ascoltiamo davvero, riceviamo molto più di quanto diamo. E perché i suoi racconti, i suoi gesti, la sua fotografia di un’alba “trionfale” hanno dato spessore a questi giorni — li hanno resi, come mi piace dire, “spessi”. Spessi di vita, di memoria, di umanità.
Al mare i ritmi sono dettati dal sole e dalla fame. Ci si sveglia presto perché la luce entra dalle persiane e perché i bambini hanno un’energia che non conosce differimento. Si mangia quando si ha fame, si dorme quando si ha sonno, si entra in acqua quando il caldo lo chiede.
Ascoltare il corpo è la forma più semplice di mediazione interiore. Il corpo sa sempre cosa gli serve. Siamo noi che abbiamo disimparato a sentirlo, sommersi da notifiche, scadenze, impegni.
In quelle due settimane ho riscoperto il gusto del silenzio. Il silenzio del primo mattino, prima che i bambini si sveglino. Il silenzio di una doccia senza pensare a cosa fare dopo. Silenzi che non sono vuoti, ma pieni. Pieni di presenza (anche quella dei bambini che nell’arco di sole ventiquattro ore sono in grado di dichiararsi amicizia e odio eterno per non meno di un centinaio di volte).
Sono tornata a Milano: la città è sempre la stessa, le mail erano lì ad aspettarmi (in parte evase, ma non tutte, per scelta). Le incombenze e le scadenze non sono sparite per magia, ma qualcosa in me è diverso.
Ho portato a casa la consapevolezza che fermarsi non è un lusso: è una competenza. Una competenza che noi mediatori alleniamo ogni giorno per gli altri, ma che troppo spesso dimentichiamo di applicare a noi stessi.
So già che settembre sarà intenso, che ottobre porterà nuovi impegni e ci saranno giorni in cui il respiro si accorcerà di nuovo. Ma so anche che posso tornare a quell’acqua, anche solo con la mente. Che posso chiudere gli occhi e ritrovare il ritmo della bracciata, il sapore del sale, la risata di mio figlio.
E allora, prima di riprendere la corsa, voglio dire grazie.
Grazie a me stessa, per aver portato a casa la mediazione più difficile: quella con me stessa. Per aver negoziato con le mie resistenze, per aver dato ascolto alla stanchezza prima che diventasse esaurimento, per aver avuto il coraggio di fermarmi. Non è stato facile, ma l’ho fatto. E questa è una vittoria che nessuna udienza e nessun accordo potranno mai eguagliare.
Grazie a mio figlio, che mi ha riservato abbracci e sorrisi pieni — di quelli che non chiedono nulla in cambio, che non giudicano, che semplicemente ci sono. Mi hai ricordato cosa significa esserci davvero, e mi hai insegnato che il tempo di qualità non si misura in ore ma in presenza.
Grazie al signor Ugo, che con il suo garbo, la sua compagnia e i suoi racconti ha reso gli scambi di esperienze di vita speciali e densi. Densi di quell’umanità che non si impara nei codici, né nei manuali di mediazione, ma solo incontrando l’altro con il cuore aperto e la mente sgombra. La sua alba trionfale, con il suo permesso, è anche un po’ mia.
Grazie alla tribù dei nonni, quelli che donano il loro tempo, il loro amore, le loro fatiche e la loro esperienza ai nipoti, ai figli e a generi e nuore. Grazie, in particolare, al nonno Carlo: sempre presente, sempre pacato, generoso e di buon cuore, come solo i bambini sanno essere prima che la vita li “sporchi”. Grazie per il tempo dedicato a mio figlio e per avergli donato l’opportunità di sperimentare momenti sulla carta ordinari, ma per lui straordinari.
La mediazione con sé stessi non è un evento, è una pratica. Come ogni pratica, va coltivata, protetta, difesa. Richiede coraggio: il coraggio di deludere qualcuno, di dire di no, di mettere il proprio benessere prima della produttività.
Ma il premio è immenso. È una nuotata in un mare calmo di luglio, con un bambino che ti chiama e tu che finalmente, davvero, ci sei.
E questo resta. Resta nella memoria del corpo, nel cuore, nella mente. Resta come la prova che ascoltarsi è possibile. Che mediare sé stessi è la prima, la più difficile e la più necessaria delle mediazioni.
Il presente articolo vuole essere un diario personale. Le riflessioni sull’ascolto attivo, sulla mediazione come spazio di riconoscimento dei bisogni e sulla gestione del conflitto interiore attingono alla pratica professionale dell’autore come mediatore civile, commerciale e familiare, nonché alla sua esperienza di avvocato. Non sono citate fonti giuridiche o dottrinali, trattandosi di un contributo esperienziale. Buona mediazione, ovunque sia praticata: come la preghiera, può accadere in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento.