Anche i filosofi si interessano alla Mediazione

Considerazioni che invitino alla lettura del manualetto del filosofo francese Francois Jullien che illustra la sua “piccola filosofia pratica della mediazione” attraverso una visione improntata su un modo di pensare orientale.
A cura del Dott. Walter Cagnoni

Introduzione

Nelle premesse del libretto, l’autore rimarca come la funzione del Mediatore si sia ormai progressivamente affermata nelle consuetudini pratiche e che questa figura rivendica un ruolo preciso all’interno della società contemporanea (seppur siamo a conoscenza che ha origini antiche). Certamente, egli sostiene, che il sovraccarico dei compiti della Giustizia ha dato un impulso a questa pratica anche se sbaglieremmo a limitarci solo a questo aspetto ma bensì dobbiamo considerarla come uno dei sistemi alternativi e maggiormente sociali a disposizione nella ricerca della “giustizia”. È qui che si introduce il termine “sciogliere” che dà il titolo al libretto, lo sciogliere di quel nodo che blocca lo svilupparsi delle relazioni così da renderle più serene e più vitali. Il filosofo non si sofferma sulla funzione etica e sociale della figura del Mediatore, paragonandolo anche ad un “disturbatore” di interessi che appaiono cristallizzati, ma ritiene che la mediazione sfugga al pensiero non dovendosi adattarsi ad una sola nozione. La mediazione, nelle sue forme, quella istituzionale o quella civica, interviene in maniera anticipativa e preventiva oppure a posteriori per risolvere conflitti incancreniti o paralizzati.

Lo scrittore, nella sua esposizione, si dichiara staccato dal pensiero europeo (è un sinologo) volendo passare dall’esterno attraverso un’altra lingua e un altro pensiero. Ritiene che forse i pregiudizi che in Europa ci appartengono, contribuiscono alle difficoltà che incontriamo nel rendere conto della mediazione, siamo in difficoltà a pensarla e perciò ci abbandoniamo all’empirismo della sua pratica. Egli sottolinea l’esistenza di scelte possibili nel nostro pensiero, rimaste incolte e poco sviluppate, che potrebbero offrire una luce più penetrante su taluni aspetti della pratica della mediazione, scelte rimaste a lungo relegate a consuetudini. Inoltre, l’autore invita a prendere una distanza critica dal nostro pensiero aprendo uno “scarto” rispetto alle promesse implicite, sottraendo la mediazione al consueto empirismo. Il filosofo francese vuole delineare nuovi strumenti attraverso una piccola filosofia che sia pratica nella mediazione; non ne interrogherà solo i principi ma ne promuoverà la funzione e l’impiego con la speranza che abbia un futuro più promettente.

Di seguito farò brevemente cenno a due soli capitoli del manuale che a me sono particolarmente piaciuti fra gli altri di eguale interesse, alfine di cercare di invogliare la completa lettura del lavoro del Professor Francois Jullien. I capitoli sono: II cap. “Di fronte, di sbieco” e VI cap. “Non il giusto mezzo, ma il -tra- “.

Capitolo II. Di fronte, di sbieco

In questo capitolo il filosofo e sinologo evidenzia alcune differenze fra le diverse culture, quella occidentale e quella orientale. Fa riferimento al confronto “frontale”, nel quale la cultura occidentale fa emergere lo scontro di schieramento, quello faccia a faccia, laddove vengono espresse ragioni in un tempo ben definito (es. nei Tribunali, nelle assemblee ecc.). Ma la frontalità sostiene lo studioso, cosa lascia invece nell’ombra, cosa lascia di impensato in questo confronto? Qui in pensiero orientale rivela la sua differenza: “di fronte” le posizioni sì fronteggiano ma è invece “di sbieco” che indirettamente si lascia spazio al movimento, si preserva e si trova un percorso possibile.

È nel Tribunale che la frontalità strutturata si confronta di volta in volta, col Giudice o con l’avversario; invece, si domanda l’autore, non è nella mediazione che la dinamica privilegia lo “sbieco” e la “obliquità”? Tuttavia, questo sbieco è giudicato in Occidente meno morale, se ne diffida, non se ne apprezzano le possibilità laddove non rappresentino posizioni nette e lineari. Qui il filosofo si domanda se la cultura occidentale riuscirà mai ad uscire da una contrapposizione talvolta bloccata e cieca nel ricercare alternative. Facendo riferimento al dizionario lo “sbieco” rappresenta uno dei diversi lati di un carattere oppure uno dei vari aspetti di una situazione.

Le cose e i caratteri hanno lati diversi, pertanto, ci si chiede spesso affrontandole, come prenderle o da quale verso fronteggiarle magari cercando la parte di minore resistenza. Così il garzone dell’artigiano impara col tempo a prendere i materiali nel verso giusto, si serve del potenziale della situazione per trarne vantaggio senza operare forzature, senza provocare rotture. Pensiamo solo, riferisce ancora l’autore traendolo da una sua esperienza, a come il viticoltore pota la vite di sbieco, trovando il modo più appropriato e meno brutale per compiere un gesto che non danneggi la pianta. L’evitare lo scontro diretto, ricercare la complicità, seppur non rappresenta propriamente conoscenza ma invece una forma di intelligenza, non dovrebbe far parte della mediazione? L’osservazione in tutti i suoi versi delle situazioni, la ricerca del punto di minore resistenza, la pazienza nell’individuare il verso giusto, rappresentano nel procedimento di mediazione le capacità del mediatore per potere infilarsi di sbieco nelle situazioni conflittuali così da scioglierle.

La già citata frontalità del processo giudiziario, con accusa, difesa e con il Giudice terzo valutatore si confronta con l’opera del mediatore che lascia spazio al non detto anche forse con una certa ambiguità, il tutto per lasciar nascere la mediazione cercando di disinnescare blocchi e resistenze, dunque per prendere di “sbieco” lo scontro rigido, per cercare di allentarlo. Ed è proprio qui che può insinuarsi ed emergere una possibile via di confronto, anziché iniziare subito il procedimento di mediazione, la si affronta di “sbieco” così da “innescarla”.

Capitolo VI. Non il giusto mezzo, ma il “tra”

In questo capitolo si fa riferimento al mediatore come uomo del mezzo, a colui che sta nel mezzo fra le parti. Ma quale mezzo si intende? Per il filosofo, il “giusto mezzo” è quello del Giudice imparziale che è giusto ma immobile contro il mezzo del mediatore che non pare occupare un mezzo immobile ma bensì un mezzo fecondo, un mezzo evolutivo. Per far ciò, occorre decostruire un “mezzo” immobile, mediocre, prudente e sostenuto da una saggezza

timorosa. Non è forse il “mezzo” del mediatore quello di colui capace di muoversi, da un lato e dall’altro e nel saper contenere sia l’uno che l’altro opposto?

La virtù del mezzo si esercita nel colmare tutto il “tra” dei possibili emersi da una parte e dall’altra, la capacità di evolversi, con disponibilità da un estremo all’altro dei due opposti. È in questo campo del “tra aperto” che appare la risorsa della Mediazione tale da far germinare nuovi possibili. Si crea uno spazio dove si riversano gli opposti, si rielaborano e lasciano emergere uno scioglimento favorevole del nodo. Il “tra” è o forse non è; può essere invece inteso come il luogo dove passa e accadde qualcosa, si apre un passaggio, una uscita, si trova la viabilità. Il filosofo sottolinea come, al contrario del pensiero greco che vede il “tra” immobile, il pensiero cinese ha saputo pensare la fecondità del “tra” attraverso cui passare garantendo la viabilità, rimuovendo blocchi ed ostruzioni.

Un cosiddetto giusto mezzo delineerebbe una figura rigida nella sua immobilità e priva di trasformazione ed apertura verso il futuro, ben diverso da un “tra” dinamico che si muove da una parte all’altra, si rielabora e si rinnova. La Mediazione autentica è quella che fa emergere, per via di transizione, una nuova configurazione. Occorre tuttavia sondare la fonte per comprendere da dove venga la virtù di questo “tra”. Ed è qui che secondo lo studioso dobbiamo ragionare fra i termini, apparentemente sinonimi, di “scarto” e “differenza”. Se pensiamo alla “differenza” la uniamo alla propria identità delle parti, alla loro presumibile rigidità, se invece il rapporto è percepito come “scarto” si apre un tra in tensione in cui la mediazione può trovare la sua fecondità.

Conclusione

Ho avuto il piacere di partecipare personalmente alla presentazione del manualetto da parte dell’autore Francois Jullien che ha esposto recentemente a Milano, la sua “piccola filosofia” della mediazione; termine piccolo che, come rilevato dai presenti è stato omesso nella traduzione in italiano. In quanto piccolo è stato il suo approccio filosofico alla mediazione che è, a mio modesto avviso, particolarmente interessante perché proveniente dall’esterno del solito contesto dei giudici, avvocati e mediatori. Ed è proprio per questa diversa visione, diversa prospettiva che risulta intrigante e da esplorare un diverso pensiero sulla mediazione; pur in presenza di qualche difficoltà accresciuta talvolta dalla nostra diversità di occidentali.

 

  1. Francois Jullien (1951) è un filosofo e sinologo francese Professore alla Université Paris-VII “Denis Diderot “autore di diversi libri pubblicati in Italia
  2. Il manuale, recentemente pubblicato in Italia da Vita e Pensiero (2026- prezzo € 14,00), si intitola “Sciogliere. Filosofia pratica della mediazione” (titolo originale Dénouer. Petite philosophie pratique de la médiation”). È un testo tratto dalla conferenza tenuta dal filosofo al Senato francese il 9 dicembre 2024.

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