Caro Diario,
poteva essere una notte buia e tempestosa, tuttavia fu una notte come le altre, di un giorno qualunque, di una settimana qualunque, di un mese qualunque, di un anno qualunque.
La mano che tentennando si accosto’ alla porta di legno aveva la pelle raggrinzita, con solchi profondi: era la mano di chi aveva uno zaino greve sulle spalle. Il movimento lento ed appesantito rimase sospeso nell’aria e nel tempo, come se fosse in attesa di un qualcosa. La mente a cui apparteneva quell’atto non riusciva a farla muovere, in effetti era una mente desolatamente stanca.
Quel vecchio, caro diario, aveva atteso risposte e, se non quelle, almeno un sussulto, un segno qualsiasi di qualcuno che volesse aprirgli quell’uscio per guardarlo in faccia, ma, soprattutto per allungare lo sguardo sullo zaino enorme che ogni giorno di piu’ l’obbligava a ripiegare su se stesso. Quel vecchio dal volto segnato da una raggera di rughe, tanto da sembrare essere stata tessuta da un ragno paziente, aveva l’animo spossato, annullato dal non essere coscientemente considerato.
Ogni tanto, dopo aver bussato incessantemente a quella dura porta di legno massiccio a cui il tempo pareva voler aggiungere inesorabilmente nuovi strati per aumentare la distanza tra le due parti, gli sembrava che fosse attraversata da delle voci.
Al loro suono ogni volta il suo cuore aveva un guizzo: un guizzo di speranza.
“L’avevano sentito?”
“Forse?”
“Finalmente stavano per aprire quell’entrata o, almeno, socchiuderla?”
Era proprio quella speranza che lo spingeva a chinarsi faticosamente per arrivare ad accostare l’orecchio alla ruvidità del legno, attento a non perdere l’equilibrio sotto il peso inesorabile dello zaino che si spostava senza pietà tra una spalla e l’altra. Le voci che gli arrivavano erano altalenanti, si assottigliavano per poi subito dopo riaccendersi con una forza inaspettata. Una continua altalena di suoni: ora arrabbiati, concitati, bui, ora inspiegabilmente allegri.
“…e dovrebbero essere sapiens…” pensava desolato.
Una babele di parole, arruffate come un gomitolo di lana caduto tra le zampe di un gattino dispettoso: guerra, pace, razzismo, fascismo, futuro, equilibrio, medioevo, diritto internazionale, mediazione, democrazia, sovranità. Toni, modi già sentiti, ricordi antichi che fanno risvegliare il contenuto dello zaino che inizia a scuotersi come un sacchetto di biglie scrollato.
Erano talmente violente che l’anziano istintivamente fece un balzo indietro, il peso dello zaino sulle spalle lo fece traballare. Si sostenne con la mano aperta sulla porta che tremo’ tale era la violenza delle voci che vi rimbalzavano. Il viso stanco, i capelli sempre piu’ bianchi e radi: ad ogni urlo il suo corpo invecchiava e lo zaino si appesantiva.
E poi eccola la parola tanto attesa che per un istante si erge sopra le altre: passato.
A quel punto la mano con nuovo vigore riprende a bussare forte, per dire “ci sono guardatemi, guardate il contenuto di cio’ che porto sulla schiena”, perché lui lo sente quel mondo impazzito, sottosopra, ribaltato dove tutto vale e nulla vale, tutto velatamente mascherato da parole un tempo custodite come un bene prezioso.
Nulla, la porta non si apri’.
Il Passato riprese l’equilibrio, tento’ di raddrizzarsi, lentamente, sempre piu’ piegato da quello zaino colmo di un peso in piu’. Un ultimo sguardo sconfitto a quell’uscio che divide il mondo di oggi dalle storie di ieri nell’incertezza del futuro.
Caro Passato, è difficile, ormai sei stanco e basito davanti ad un mondo pieno di un’umanità dissennata, ma tu resisti, non demordere, continua a bussare a quella porta. Forse qualcuno vi farà capino e sgusciando avrà il coraggio di aprire il tuo zaino riconoscendo dei segnali antichi e saprà farne buon uso.